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Com'era e com'è: il Sinigaglia e lo snaturamento del suo quartiere
Qualche tempo fa (5 aprile 2025) abbiamo riflettuto su come lo stadio Sinigaglia, nel Novecento, fosse concepito come struttura aperta e integrata nel paesaggio, una vera piazza moderna in dialogo con il lago e con la città. Le visioni contemporanee, al contrario, tendono verso impianti più chiusi e autosufficienti, meno coinvolti nel contesto urbano.
Riprendiamo quel tema attraverso due immagini: lo stadio e il suo quartiere "com'erano" e "come sono", per mostrare quanto profondamente sia cambiato il rapporto tra architettura e città.
L'immagine storica è tratta da un video che circola sui social, quella attuale dal sito del Calcio Lecce
A voi il giudizio e le considerazioni.
Basta affiancare una fotografia storica del Sinigaglia a una immagine attuale per accorgersi di quanto, in un secolo, il rapporto tra lo stadio e la città sia cambiato. Non è una questione di nostalgie: è l'osservazione diretta di come si sia trasformato un pezzo importante del paesaggio urbano comasco.
Nello scatto d'epoca il Sinigaglia si presenta come un complesso perfettamente inserito nel suo contesto: aperto verso il lago, libero su tutti i lati, immerso in un grande vuoto urbano che metteva in dialogo sport, città e natura. Le superfici permeabili e i piazzali sottolineavano l'impianto razionalista, mentre il Monumento ai Caduti si ergeva come una presenza complementare, parte di un unico disegno architettonico e simbolico. Tutto lavorava all'unisono: pieni e vuoti, forme e prospettive.
Oggi lo scenario è molto diverso. Le aree libere sono state progressivamente occupate da edifici residenziali di medio-alta densità, e lo stadio appare quasi schiacciato tra costruzioni, strade e parcheggi. L'apertura visiva verso il lago è ridotta da strutture aggiunte nel tempo, come le recinzioni e i volumi tecnici. Anche il Monumento ai Caduti, pur continuando a imporsi come figura verticale, non appartiene più a un insieme coerente: sembra diventato un elemento isolato in un contesto che ha perso la sua omogeneità.
Questa trasformazione può essere letta come un vero snaturamento del quartiere. Sono venuti meno gli spazi aperti che facevano del Sinigaglia una presenza simbolica nel tessuto urbano; si è interrotto il rapporto diretto tra architettura e paesaggio; la scala monumentale degli anni Trenta ha ceduto il passo a una dimensione residenziale e commerciale che appiattisce la forza simbolica del luogo. Ne risulta un quartiere più denso e chiuso, dove l'identità originaria è sempre più difficile da riconoscere.
Di fronte a questo confronto visivo resta una domanda aperta: è ancora possibile recuperare, almeno in parte, il rapporto tra stadio, lago e città che aveva guidato il progetto razionalista? Oppure le trasformazioni accumulate nel tempo hanno reso irreversibile la perdita di quella coerenza che un tempo rendeva il Sinigaglia un organismo urbano unico nel suo genere?
Testo a cura G. Doria Circolo Culturale Europeo Willy Brandt
Serve un dialogo vero tra passato e futuro, tra memoria e innovazione
Il confronto tra lo stadio del Como progettato nel secolo scorso e la visione contemporanea offre uno spunto affascinante per riflettere su come cambia il rapporto tra architettura, città e comunità nel tempo.
Lo stadio del Novecento sembra pensato come un elemento urbano "aperto", in dialogo con l'ambiente circostante: non solo uno spazio per lo sport, ma un vero e proprio centro di gravità sociale. Aperto visivamente, ma anche simbolicamente, una sorta di piazza in cui si incontravano identità e vissuti collettivi. La sua apertura verso il paesaggio - in particolare il lago - lo rendeva parte integrante dell'intorno, quasi a voler dire: "questa è una cosa di tutti".
La proposta odierna invece - almeno da come viene percepita - sembra andare nella direzione opposta: un impianto più chiuso, forse più "funzionale" nel senso tecnico, ma meno disposto a parlare con l'esterno. Uno spazio pensato per contenere, più che per accogliere. Questa chiusura, estetica e relazionale, riflette un cambiamento più ampio nella concezione degli stadi: sempre più luoghi di intrattenimento totale, quasi dei mondi autosufficienti, spesso scollegati dal tessuto urbano in cui si inseriscono.
E' possibile far convivere queste due visioni?
Forse sì, ma serve un progetto che non sia solo architettonico, ma anche culturale. Uno stadio può essere moderno, efficiente, sicuro, e allo stesso tempo restare poroso, connesso, aperto. Ciò richiede una visione che non si limiti alla struttura in sé, ma consideri l'uso dello spazio, i flussi, le relazioni. Serve un dialogo vero tra passato e futuro, tra memoria e innovazione,
Giuseppe Doria - Presidente Circolo Culturale Europeo Willy Brandt
Como 5/4/2025