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Circolo Willy Brandt


RE-COMO_06-26

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n. 06/2026 13/04/2026

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IL SUOLO E LA RESPONSABILITÀ: democrazia e futuro del Lago di Como tra sviluppo e tutela del paesaggio

Mentre l’Italia consuma territorio tra cemento e abbandono, il Lago di Como diventa simbolo di una sfida decisiva: proteggere il paesaggio come bene collettivo significa oggi difendere anche la qualità della nostra democrazia e le basi di uno sviluppo turistico e culturale sostenibile


C'è un'immagine, in questo articolo di Peppino Titone, che non può lasciarci indifferenti: 2,7 metri quadrati al secondo. Non è una cifra astratta, è il ritmo con cui un Paese consuma se stesso. Un ritmo che riguarda da vicino anche Como e l'intero bacino del Lago di Como, dove la pressione tra urbanizzazione, turismo e fragilità morfologica rende ogni metro di suolo una risorsa sempre più preziosa.Nello spirito di Willy Brandt, dobbiamo partire da qui: guardare la realtà senza illusioni e chiamare le cose con il loro nome. Il contributo di Peppino Titone, che pubblichiamo integralmente, è prima di tutto questo: una denuncia civile, oltre che un'analisi puntuale.


Il quadro che emerge è quello di un doppio squilibrio: pianure che si impermeabilizzano sotto il peso di una crescita disordinata e montagne che si svuotano, perdendo presidio e cura. Anche nel territorio comasco questa dinamica è evidente: alla saturazione delle rive e dei fondovalle si contrappone l'abbandono dei versanti, con effetti diretti sulla stabilità idrogeologica e sulla qualità del paesaggio.

Non si tratta soltanto di urbanistica. Qui è in gioco un'idea di sviluppo e, in fondo, di democrazia. Quando il territorio diventa merce, si rompe quel legame tra comunità e spazio che è alla base della convivenza. Nel caso del Lago di Como, questo significa mettere a rischio un patrimonio paesaggistico e culturale che - per valore e delicatezza - si avvicina agli standard di tutela promossi dall'UNESCO e che rappresenta oggi la principale risorsa economica del territorio.

Il punto non è solo quanto costruiamo, ma come lo facciamo: per frammenti, per deroghe, senza una visione complessiva. Il risultato è una pressione crescente su un sistema già fragile, proprio mentre il turismo internazionale ne accresce visibilità e attrattività.
Eppure una strada diversa è possibile. Il testo che segue indica alcune priorità chiare: fermare il consumo netto di suolo, rigenerare le aree già urbanizzate, riconoscere il valore del lavoro agricolo e della cura del territorio, soprattutto nelle aree interne e montane. Scelte concrete, che per il Lago di Como significano prima di tutto preservare il paesaggio come bene comune.



La pubblicazione di questo articolo è quindi l'inizio di un percorso. Nelle prossime settimane costruiremo un momento pubblico di confronto, che si terrà in autunno, dedicato al rapporto tra territorio, sviluppo e responsabilità politica, con uno sguardo specifico sul futuro del Lago di Como.
Vogliamo arrivarci con una domanda chiara: quale sviluppo è davvero sostenibile per un territorio come questo?

Perché il suolo non è solo terra. È memoria, lavoro, sicurezza, futuro. E difenderlo significa difendere la qualità della nostra democrazia - e, insieme, il futuro del Lago di Como.

Como, 13 aprile 2026
testo a cura del Presidente del Circolo Giuseppe Doria


L'Italia divora se stessa: il paradosso del suolo tra asfalto e abbandono

Mentre la popolazione diminuisce, il cemento avanza al ritmo di 2,7 metri quadri al secondo. Dalla pianura lombarda alle valli comasche, il Rapporto ISPRA 2025 disegna un Paese che sta consumando il proprio futuro, tra logistica selvaggia e montagne lasciate a se stesse..

Di Peppino Titone (Agronomo – segretario del Partito Liberaldemocratico di Como)

L'Italia sta vivendo un paradosso geografico e demografico senza precedenti: siamo sempre meno, ma occupiamo sempre più spazio. Secondo l’ultimo Rapporto ISPRA 2025, la velocità con cui trasformiamo terra fertile in superfici artificiali ha raggiunto la soglia critica di 2,7 metri quadri al secondo. È come se ogni giorno venissero stesi 230.000 metri quadri di asfalto e cemento su una nazione che, teoricamente, avrebbe bisogno di meno infrastrutture a causa del declino demografico.
Nel solo 2024, il consumo netto di suolo ha toccato i 78,5 chilometri quadrati, il dato più alto degli ultimi dodici anni. Non si tratta solo di nuove case. A guidare questa "bulimia" territoriale sono i cantieri (56% delle trasformazioni), i grandi poli logistici e i data center necessari all'economia digitale. A questi si aggiunge la nuova sfida della transizione energetica: il fotovoltaico a terra, che nel 2024 ha divorato 1.702 ettari, l'80% dei quali su terreni agricoli produttivi.


Lombardia, maglia nera del cemento
In questo scenario, la Lombardia si conferma il cuore pulsante, ma anche il più ferito, del Paese. Con il 12,22% del territorio già artificializzato, la regione detiene il primato nazionale per consumo di suolo, quasi il doppio della media italiana. Solo nel 2024 sono stati "mangiati" altri 834 ettari di terreno.
Il caso della provincia di Como è emblematico delle difficoltà del territorio. Qui, il vincolo fisico della montagna crea un effetto "collo di bottiglia": l'urbanizzazione e l'agricoltura sono costrette a contendersi i pochi spazi pianeggianti della Brianza comasca e delle strette valli. In soli 16 anni, il Comasco ha cementificato una superficie pari a 756 campi da calcio. Ogni ettaro perso in questo contesto ha un impatto ecologico devastante, aumentando il rischio di alluvioni e smottamenti in un'area già morfologicamente fragile.

La doppia minaccia: cemento a valle, bosco "incolto" a monte
Ma il consumo di suolo non è l'unica ferita. Mentre la pianura soffre per l'asfalto, la montagna comasca e lombarda vive un dramma opposto: l'abbandono. Quello che ai turisti del Lago appare come una rigogliosa cornice verde è spesso un segno di degrado. Il bosco avanza in modo incontrollato su pascoli e prati non più gestiti, erodendo circa 1.700 ettari all'anno in Lombardia.
Lontano dall'essere un ritorno alla "natura incontaminata", l'espansione spontanea di foreste non curate su pendii ripidi aumenta il rischio idraulico e il pericolo di smottamenti. La causa è economica e sociale: i redditi dell'agricoltura di montagna sono insufficienti e i meccanismi della Politica Agricola Comunitaria (PAC), in particolare il pagamento unico del primo pilastro, spesso favoriscono rendite speculative, fra le quali rientrano le cosiddette "mafie dei pascoli", anziché sostenere chi lavora davvero il territorio. Il paradosso è che gran parte dei soldi che il contribuente UE versa per la PAC contribuiscono a far espellere gli agricoltori autoctoni della montagna a tutto vantaggio della speculazione. E il risultato ultimo è l'abbandono dei pascoli e il degrado.

Una politica di deroghe e costi invisibili
Perché non riusciamo a fermarci? La Legge Regionale 31/2014 della Lombardia, nata con le migliori intenzioni alo scopo di mettere dei limiti al consumo sel suolo, si è mostrata di fatto inefficace: conseguenza del muro di deroghe e delle molte scappatoie che contiene. Molti piccoli comuni, a corto di fondi, continuano a fare affidamento sugli oneri di urbanizzazione per far quadrare i bilanci, mentre le grandi opere e la logistica spesso sfuggono ai limiti di legge. Il risultato è che, malgrado le buone intenzioni della legge, la Lombardia è in cima alla classifica delle regioni per percentuale di suolo consumato (12,22% dell'intera superficie regionale).
Il costo di questa inattività è enorme. ISPRA stima che la perdita di servizi ecosistemici (filtro dell'acqua, stoccaggio del carbonio, protezione dalle alluvioni) costi all'Italia tra gli 8,6 e i 10,6 miliardi di euro all'anno. Senza contare l'effetto "isola di calore": nelle città lombarde cementificate, le temperature estive possono superare di oltre 10 gradi quelle delle aree rurali circostanti.

Verso un nuovo paradigma
Il rapporto ISPRA parla chiaro: occorre un cambio di rotta radicale. Serve uno stop al consumo di suolo netto che sia vincolante e nazionale. La priorità deve diventare il riuso delle aree dismesse (brownfield) invece della distruzione di quelle vergini, unita a una riforma della PAC che remuneri esclusivamente gli agricoltori di montagna per il loro ruolo insostituibile di custodi del territorio e non le rendite. Il suolo non è una risorsa infinita: per creare 2 centimetri di terra fertile servono mille anni; per distruggerli, basta un secondo di ruspa.


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